Esplorare i musei di notte attraverso i robot

Presto si potrà visitare di notte il Tate Britain dal computer di casa comandando un robot dotato di quattro telecamere e di un microfono: una frontiera della museologia o uno strumento di marketing?

La tecnologia ormai ci permette di visitare i musei direttamente da casa ma oggi c’è uno strumento per poterlo fare in un modo molto singolare.

Il metodo si chiama “After Dark” ed è un progetto sviluppato all’interno del Tate Britain di Londra. Esso dà la possibilità a chiunque sia in possesso di una connessione internet, di “passeggiare” dentro il museo dopo l’ora di chiusura attraverso un robot. Ogni robot è dotato di quattro mini camere, di un piccolo faro (che proietta però una debole luce) e di un microfono che permette di sentire in diretta i rumori dentro il museo (dati più che altro dallo spostamento dei robot).

Il progetto prevede di rendere disponibili più robot contemporaneamente per un tempo di visita limitato.

Questo tipo di visita al museo ha anche un elemento sociale perché persone da tutto il mondo possono contemporaneamente guidare un robot in giro per il museo e possono parlare tra di loro attraverso una chat.

Questo programma ha vinto l’IK Prize 2014 ed è stato creato dal team “The workers” composto da Tommaso Lanza, Ross Cairns e David Di Duca. L’IK Prize è un premio annuale creato dal Tate per il talento creativo nell’industria digitale.

Lo scopo di questo programma non è offrire una perfetta qualità della visione della collezione in quanto questo è possibile solo se si va a vederla di persona ma si vuole offrire un’esperienza futuristica e diversa dal solito.

Secondo me questa iniziativa è molto interessante e, anche se non sostituirà mai l’esperienza della vera visita al museo, potrebbe essere usata anche da altri musei per attirare visitatori “virtuali” che successivamente potrebbero diventare visitatori reali.

Ad oggi infatti tutti i progetti di visita virtuale che sono stati abbracciati dai musei hanno avuto come affetto quello di aumentare il numero di visitatori “reali”. Questo perché la visita virtuale deve essere pensata non come un concorrente della visita reale, ma come uno strumento di marketing a disposizione dei manager per far conoscere la collezione del museo e incuriosire i possibili visitatori.

Nel caso del Google art project, ad esempio, si è visto che il numero di visite ai siti internet dei musei è aumentato sensibilmente grazie ai referrals provenienti dal sito del Google art project. Questo significa che le persone, incuriosite dalla visita virtuale, hanno voluto ricevere delle informazioni sul museo vero e proprio e questo ha aumentato anche il numero di biglietti venduti.

Il progetto After Dark del Tate rispetto a quelli di Google sembra essere molto più coinvolgente e stimolante perché permette un contatto più diretto con l’opera d’arte e gli spazi del museo. Per questo potrebbe avere degli effetti anche maggiori sulla conversione dei visitatori virtuali in visitatori reali.