A Periscope tour in the British Museum

Una volta esisteva la regola dei 140 caratteri, un limite che obbliga anche i più prolissi a ridurre un pensiero ad un’unica frase, lasciando magari spazio anche ad un link ad un articolo più esaustivo. Poi sono arrivate le foto e infine i video, con una app dedicata. E i musei non hanno perso tempo.

Esatto. Sto parlando di Periscope,l’ultimo nato di Twitter, il famoso social network (secondo solo a Facebook) in cui trovano spazio i cinguettii di personalità importanti, vedi i Bronzi di Riace, ogni tipo di organizzazione, fra cui attivissimi musei e teatri. Facciamo un saltino indietro. Periscope è stata acquistata alla fine di marzo,  cavalcando il successo di un’applicazione simile che con la sua crescita economica esponenziale aveva attirato l’attenzioni dei mercati.

Periscope è sostanzialmente una app integrata che permette a tutti i suoi utenti un live stream,  una vera e propria narrazione in tempo reale per condividere le proprie esperienze con tutto il mondo.

 

E il British Museum, , con i suoi 556000 followers, è stato il primo a fruire di questo nuovo servizio, inaugurandone di fatto l’utilizzo in campo museale.  Lo scorso 28 Maggio il famoso museo di Londra ha utilizzato Periscope per un live tour virtuale di trenta minuti della popolare mostra Defining beaty: the body in ancient Greek art.

Lo streaming è stato mostrato anche all’interno del programmo di storia  Dan Snow, mostrando nella sua prima parte i capolavori in marmo, terracotta e bronzo dell’antica Grecia, lasciando in un successivo momento spazio per le domandeche sono state postate sia su Periscope che su Twitter. Il link dello streaming è stato twittato dal profilo ufficiale del British Museum, ed è rimasto visibile per le successive ventiquattro ore, un limite simile ai 140 caratteri imposto da Twitter. Il filmato è stato poi reso disponibile sulla pagina Facebook e il canale You Tube del museo, e ora anche all’interno di questo post.

Periscope ha suscitato nei suoi pochi mesi di vita accese polemiche da parte di chi ha visto nella app un possibile mezzo a favore della violazione dei diritti d’autore, ma al contempo ha reso possibile un nuovo tipo di comunicazione sociale sia in ambito prettamente commerciale che culturale. In poche parole, si è già distinta come un’applicazione realmente innovativa. Qui ad amm siamo curiosi di vedere se e  come altre realtà culturali imiteranno il buon esempio del British Museum, che con questa iniziativa è diventato il nostro early adopter  culturale preferito.

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